Fino a poco tempo fa vivevo in città. Nella Grande Città, quella dove nascono quasi tutti gli scrittori, me compresa.
Un anno e mezzo fa ho traslocato, a Hoevelaken. Probabilmente il nome non vi dice nulla, o forse sì, per lo svincolo dell’autostrada, per le code. A Hoevelaken si svolta a destra o a sinistra. Non esattamente nel centro del Paese, non esattamente nei boschi del Veluwe. In paese abbiamo una piazza che credo sia stata progettata negli anni ’70, e il cui fulcro è un edificio ottagonale. All’interno si trovano lo sportello del comune di Nijkerk (aperto il martedì dalle 9.00 alle 11.30 e il giovedì dalle 9.00 alle 11.30), un fisioterapista, una chiesa, un centro fitness e il Grand Café – Centro Congressi De Haen.
Poco dopo aver traslocato, al De Haen ho ordinato una bottiglia grande di acqua frizzante. Il cameriere mi ha guardata perplesso, quindi ho aggiunto che se non avevano bottiglie grandi, anche una piccola andava bene. Il ragazzo mi ha risposto che avrebbe chiesto in cucina. Due minuti dopo l’ho visto uscire dalla porta sul retro e correre verso il supermercato (a Hoevelaken ci sono tre supermercati, di cui uno attaccato alla piazza). Dopo altri due minuti il cameriere è tornato al mio tavolo con una bottiglia di acqua frizzante da un litro e mezzo e l’ha infilata in un cestello per il vino.
“Grazie” gli ho detto.
“Di nulla” mi ha risposto, per poi dirigersi al tavolo successivo.
Un anno fa ho lasciato il mio vecchio lavoro. Era un buon lavoro per cui avevo dovuto lottare, per cui dovevo continuare a lottare, per cui ho continuato a lottare, lottare, lottare. Così duramente che mi sono accorta troppo tardi che era una battaglia persa, perché non lottavo più per qualcosa, ma solo contro me stessa.
Mi hanno organizzato una festicciola d’addio a base di crocchette, glitter e una playlist che mi è stato concesso di comporre in prima persona.
Nove mesi fa sono diventata mamma.
Sette mesi fa l’Olanda è entrata in lockdown.
È vero, ci vuole un po’ per abituarsi, quando traslochi.
Quando lasci il lavoro.
Quando diventi mamma.
Quando il mondo intero viene chiuso e poi riaperto e poi richiuso e finalmente riaperto di nuovo. Anzi, alla fine no. Anche il Grand Café De Haen deve chiudere di nuovo.
Vivo in una casa a un piano, realizzata da un architetto che pare abbia progettato anche aree del parco divertimenti dell’Efteling. Abbiamo un tetto piatto, un giardino ampio e una torretta, dove si trova il mio studio. La torretta, con le sue travi in legno e le finestre su entrambi i lati, ricorda una cabina di pilotaggio. Fa sempre troppo caldo o troppo freddo, le luci non funzionano e c’è una vecchia moquette grigia, eppure questo dirigibile ha cambiato il mio modo di vedere le cose. Da qui già da mesi osservo come il mondo, nonostante il lockdown, sia cambiato pochissimo, il che mi rassicura. Se oggi il silenzio nella Grande Città deve sembrare assordante, il silenzio a Hoevelaken è lo stesso che si sente da anni.
Ci vuole un po’ per abituarsi, ma oramai ho capito che il cambiamento è spesso positivo. Senza sapere come, a tavola ti trovi non una bottiglia piccola d’acqua, ma una da un litro e mezzo. E allora stiamo a vedere, tra qualche giorno il dirigibile parte, destinazione L’Aia.