Ci sono scrittori che amano stare al centro dell’attenzione, esibirsi su un palcoscenico. Con naturalezza prendono posto su una sedia, formulano risposte chiare, rivolgono lo sguardo al pubblico e leggono passaggi ad alta voce senza fare alcun errore. Io non sono così. Non mi piace avere gli occhi puntati addosso, perché vedono qualcosa che io non riesco a vedere: me stessa. Quelle teste elaborano pensieri che non riuscirò mai a scoprire, e poiché non ho mai superato il bisogno infantile di piacere a tutti, convivo sempre con la paura che quei pensieri possano essere negativi. Anzi, è inevitabile che in parte siano negativi. La cosa assurda è che non me la prendo per eventuali critiche al mio libro o a ciò che scrivo. Francamente ognuno è libero di pensare quello che vuole dei miei testi, basta che mi trovi almeno un po’ simpatica.
Una volta ho partecipato come spettatrice a un programma televisivo. Mi ero già scelta un posticino nelle ultime file, lontano dalle telecamere, ma mentre stavo per incamminarmi, il direttore di studio mi ha picchiettato sulla spalla e mi ha detto “Tu siediti pure lì”, indicando una sedia alle spalle del conduttore, di fronte a una grande telecamera. Certo, avrei potuto benissimo rifiutare e andare dritta verso l’altro posto, ma per quel mio bisogno di fare una buona impressione sul direttore di studio ho obbedito e mi sono messa sulla temuta sedia in prima fila. Del programma non ho sentito nulla, non facevo altro che sbirciare nella telecamera cercando di mantenere un’espressione il più naturale e rilassata possibile. tutto pur di non sembrare strana in tv. Il giorno dopo ho visto il risultato delle riprese: in effetti ero ben visibile, e in tv sembravo parecchio strana. Chiaramente non ero riuscita a risultare spontanea. Ero come pietrificata, dritta sulla poltrona mentre con uno sguardo inespressivo fissavo in continuazione l’obiettivo. Il programma era durato un’ora e per tutto quel tempo ero rimasta nell’inquadratura, e per tutto quel tempo ero rimasta immobile.
Ieri ho parlato del mio romanzo con un gruppo di studenti di Amsterdam. Così come vanno le cose nelle circostanze attuali, anche questo incontro è avvenuto in forma digitale. Prima di iniziare ero meno preoccupata del solito, non ho avvertito il nodo allo stomaco che in genere provo alla vigilia di avvenimenti simili, perché pensavo che ci saremmo visti in una schermata con tante piccole finestre. A proteggermi ci avrebbe pensato una cortina di pixel. Ma la cosa era organizzata diversamente: l’immagine di chi aveva la parola era limpida e a schermo intero. E la situazione è addirittura peggiorata, perché cinque minuti dopo mi si è bloccato lo schermo nell’esatto momento in cui sbattevo le palpebre. Per il resto dell’ora non ho visto altro che me stessa, con gli occhi chiusi e la bocca aperta. Ero a chilometri di distanza dal mio pubblico, ma il mio peggior incubo era diventato realtà. Tuttavia pare che gli studenti non si siano accorti di nulla. Hanno continuato a fare domande intelligenti, a esporre analisi acute, erano interessati e oltretutto sembravano addirittura trovarmi simpatica.