Non può andare diversamente. È inevitabile. Certo che andrà tutto bene. Nell’ultimo periodo era come se provassimo a esorcizzare il pericolo. Sarebbe andato tutto bene, ci dicevamo, pur sapendo che l’altra volta non era andata affatto così. Sarebbe potuta arrivare anche una seconda ondata di colore rosso, e durare per altri quattro anni. Ma alla fine è andato davvero tutto bene, grazie a Dio.
Ed era anche una giornata adatta, devo dire. Camminavo per l’Aia (ciao ciao Hoevelaken!), il sole faceva capolino tra le nuvole e io pensavo che la città dovrà essere diversa – e più bella – l’anno prossimo, quando le strade saranno di nuovo gremite, i bar e i ristoranti aperti e si terrà un’edizione “normale” di Crossing Border, finanziata di nuovo dallo Stato dopo le incertezze di quest’anno. Ho fatto il check-in in hotel e la stanza, con una giungla psichedelica a decorare la parete del letto, mi ha subito conquistata. Seppur a distanza, anche se molto più da vicino rispetto ai giorni precedenti, ho visitato il festival. Il Raven Studio era in fermento, come se già si sapesse tutto. E il tempismo è stato perfetto: alla fine del programma pomeridiano è arrivata la notizia ufficiale, Joe Biden è il nuovo presidente, Kamala Harris la prima vicepresidente donna.
La sera ho incontrato per la prima volta altri autori di The Chronicles, insieme abbiamo discusso di questa settimana e dei libri che abbiamo scritto. Sholeh Rezazadeh ha raccontato di come lei osa scrivere cose in nederlandese che in persiano non riesce nemmeno a pronunciare, di come la distanza emotiva dalla nuova lingua sia maggiore, permettendole di scrivere più liberamente. Sebastiaan Chabot si è riconosciuto nelle sue parole: aveva scritto il suo romanzo in inglese prima della versione olandese poi pubblicata. Non ho detto nulla, ma capivo perfettamente a cosa si riferissero. Nel mio caso il carico emotivo non si trova nella lingua, bensì nelle parole che dico. Un po’ come se, una volta pronunciate, non le potessi più ritrattare; come se le parole negative diventassero realtà solo allora. Finché li trattengo dentro di me, parole e pensieri sono al sicuro. Non sono una che ama parlare, se così si può dire. Il testo scritto mi dà la possibilità di formulare cose che ad alta voce non riesco o non oso pronunciare. Su carta posso osservarle, modificarle, scegliere la giusta sfumatura, poiché non portano con sé il carattere della mia voce, sono meno mie e più del lettore.
Mentre Sholeh e Sebastiaan discutevano, sono rimasta in silenzio, perché non riuscivo ad esprimere a voce la mia opinione. Spero in ogni caso di aver annuito, per mostrare che li capivo. Ma se mi conosco, non avrò fatto nemmeno quello. Ecco perché lo faccio qui, ora.