Francesco Panzeri
BY Anne Moraal
Il pacchetto
07-11-2020

Ogni venerdì nella piazza di Hoevelaken c’è il mercato. Ci sono bancarelle di verdura, di fritti, di fiori, di pollame, di pane (anche se sono una dei locali che comprano il pane dal panettiere locale e passano sempre davanti a questa bancarella senza degnarla di uno sguardo), una bancarella di pesce e una di specialità turche (le grandi olive verdi e l’hummus a Hoevelaken non mancano in nessun aperitivo). Sono andata al mercato, ho fatto un giro, non ho comprato nulla, ma mi ha fatto bene stare un po’ all’aria aperta.

Durante il festival sono stata abbinata a un traduttore italiano, Francesco Panzeri, e dopo il giro al mercato l’ho sentito su Zoom. Vive in una zona dell’Italia che visito ogni anno, quindi immagino che la sua vita assomigli alle mie vacanze. Abbiamo parlato di concetti che talvolta sono difficili da tradurre. Per esempio la parola bungalow, che in italiano corrisponde all’incirca a un capanno nella natura selvaggia (ma potrei a mia volta sbagliarmi su questa traduzione). In realtà vivo in una casa a un piano in una zona residenziale popolata soprattutto da anziani. Qui di selvaggio c’è solo l’erba del giardino, che mi riprometto sempre di tagliare senza mai farlo. Ora che la traduzione è stata corretta, nessun italiano pensa più che io viva in mezzo ai boschi. Spero che Francesco si sia goduto il resto del suo giorno di vacanza.

Ho cercato di immergermi nel festival. Stavo ascoltando uno dei suoi podcast quando hanno suonato alla porta. Era il postino con un pacchetto per la vicina. Sapevo che era in casa, quindi gli ho detto “Guarda che è in casa”, ma lui ha alzato le spalle e se n’è andato. Ho raccolto la scatola e ho fatto i tre passi che mi separano dalla casa accanto.

“Ma guarda che ero in casa” mi ha detto la vicina quando le ho consegnato il pacchetto.

“Gliel’ho detto anch’io” ho risposto.

Tornata in casa, stavo per far ripartire il podcast quando hanno suonato ancora. Era l’altra vicina.

“Hanno portato un pacchetto per me?” mi ha chiesto.

“No, era per l’altra vicina”.

“Mmm,” ha risposto lei, guardando con diffidenza la casa adiacente “sei sicura che non fosse mio il pacchetto?”.

“Sì”.

“Mmm” ha ripetuto, prima di incamminarsi verso casa senza aggiungere altro. Ha aperto la porta e, prima di entrare, ha guardato un’ultima volta l’abitazione dell’altra vicina.

In casa ci sono solo due punti dove il wi-fi è abbastanza stabile per riprodurre una diretta streaming. A dire il vero non è sempre così stabile, quindi mentre Iduna Paalman stava recitando una poesia mi sono dovuta spostare con il portatile dall’altro lato della casa per potermi ricollegare. Provo sempre una certa invidia per i poeti, perché parlano una lingua che capisco ma non padroneggio. A quel punto hanno suonato di nuovo alla porta. Dalla finestra ho visto che era ancora la seconda vicina, con in mano il pacchetto dell’altra, il cartone strappato. Mi sono girata subito, sperando che non mi avesse visto.

“C’è qualcuno alla porta,” ho urlato a mio marito “apri tu questa volta?”.

Francesco Panzeri
16-11-20

Sono tornata dall’Aia e sono entrata in salotto. A prima vista la casa sembrava esattamente come l’avevo lasciata, ma ho avvertito una strana sensazione, come se qualcuno mi stesse guardando. Non ci ho fatto molto caso e ho fatto quello che si fa di solito quando si torna a casa: appoggiare la borsa ripromettendosi di svuotarla subito (e poi non farlo), aprire le finestre, mettere su il caffè. Di nuovo quella sensazione di essere osservata. Con la coda dell’occhio ho visto un batuffolo bianco dietro la finestra, due occhietti penetranti mi stavano fissando. Un pollo. Ma non uno degli esemplari comuni a cui pensi quando senti la parola “pollo”. Era un polletto minuscolo, non un pulcino bensì un vero pollo adulto in formato ridotto. Era bianco con dei puntini neri e non sembrava affatto turbato dalla mia presenza. Non era solo: poco distante un altro polletto marrone girava a suo agio per il giardino, come se da anni non facesse altro. Peccato che io non ho nessun pollo.

Mi sono subito messa alla ricerca del proprietario delle bestiole e più che altro mi ronzavano in testa domande del tipo: e se poi non troviamo il proprietario? O se il gatto dei vicini si accorge che qui gironzolano due piccoli polletti? Mio marito, anche lui a casa, ha reagito diversamente. Si è preso cura dei polletti come se avesse ritrovato due amici di vecchia data. È andato a prendere croste di pane e una ciotolina d’acqua, con una cassetta e qualche asciugamano ha costruito un nido. Aveva scoperto che era una razza di polli asiatica che mal tollerava il freddo. Non si staccava più dalle bestiole. Dopo due ore di ricerche sono risalita ai proprietari, i vicini dietro di noi. Un gatto aveva fatto scappare i polli nel nostro giardino. Al telefono ho concordato con la proprietaria che sarebbe passata a prenderli. Finita la chiamata ho guardato fuori, mio marito era lì con il polletto bianco in braccio e quello marrone addormentato in testa. L’ho raggiunto e lui mi ha detto: “Per me possono restare”. Gli ho detto che i vicini sarebbero passati a prenderli tra dieci minuti. È rimasto in silenzio.

La vicina è arrivata con il figlio, ha messo i polli in una scatola di cartone e ci ha ringraziato. La giornata è trascorsa come vanno di solito queste giornate: non ho svuotato la borsa e ho fatto raffreddare il caffè. Dopo cena sul divano ho guardato le foto della sera precedente, quando all’Aia avevo parlato del mio libro e finalmente conosciuto gli altri autori. Mio marito ha guardato sul telefono le foto scattate ai polletti, senza aprire bocca. Il contrasto tra il festival e la mia vita a Hoevelaken non poteva essere più netto. A un certo punto abbiamo sentito un fruscio tra le foglie in giardino. Dal buio dietro la finestra è apparso un batuffolo, con i suoi occhietti guardava dentro casa nostra.

09-11-20

Non può andare diversamente. È inevitabile. Certo che andrà tutto bene. Nell’ultimo periodo era come se provassimo a esorcizzare il pericolo. Sarebbe andato tutto bene, ci dicevamo, pur sapendo che l’altra volta non era andata affatto così. Sarebbe potuta arrivare anche una seconda ondata di colore rosso, e durare per altri quattro anni. Ma alla fine è andato davvero tutto bene, grazie a Dio.

Ed era anche una giornata adatta, devo dire. Camminavo per l’Aia (ciao ciao Hoevelaken!), il sole faceva capolino tra le nuvole e io pensavo che la città dovrà essere diversa – e più bella – l’anno prossimo, quando le strade saranno di nuovo gremite, i bar e i ristoranti aperti e si terrà un’edizione “normale” di Crossing Border, finanziata di nuovo dallo Stato dopo le incertezze di quest’anno. Ho fatto il check-in in hotel e la stanza, con una giungla psichedelica a decorare la parete del letto, mi ha subito conquistata. Seppur a distanza, anche se molto più da vicino rispetto ai giorni precedenti, ho visitato il festival. Il Raven Studio era in fermento, come se già si sapesse tutto. E il tempismo è stato perfetto: alla fine del programma pomeridiano è arrivata la notizia ufficiale, Joe Biden è il nuovo presidente, Kamala Harris la prima vicepresidente donna.

La sera ho incontrato per la prima volta altri autori di The Chronicles, insieme abbiamo discusso di questa settimana e dei libri che abbiamo scritto. Sholeh Rezazadeh ha raccontato di come lei osa scrivere cose in nederlandese che in persiano non riesce nemmeno a pronunciare, di come la distanza emotiva dalla nuova lingua sia maggiore, permettendole di scrivere più liberamente. Sebastiaan Chabot si è riconosciuto nelle sue parole: aveva scritto il suo romanzo in inglese prima della versione olandese poi pubblicata. Non ho detto nulla, ma capivo perfettamente a cosa si riferissero. Nel mio caso il carico emotivo non si trova nella lingua, bensì nelle parole che dico. Un po’ come se, una volta pronunciate, non le potessi più ritrattare; come se le parole negative diventassero realtà solo allora. Finché li trattengo dentro di me, parole e pensieri sono al sicuro. Non sono una che ama parlare, se così si può dire. Il testo scritto mi dà la possibilità di formulare cose che ad alta voce non riesco o non oso pronunciare. Su carta posso osservarle, modificarle, scegliere la giusta sfumatura, poiché non portano con sé il carattere della mia voce, sono meno mie e più del lettore.

Mentre Sholeh e Sebastiaan discutevano, sono rimasta in silenzio, perché non riuscivo ad esprimere a voce la mia opinione. Spero in ogni caso di aver annuito, per mostrare che li capivo. Ma se mi conosco, non avrò fatto nemmeno quello. Ecco perché lo faccio qui, ora.

07-11-20

Ogni venerdì nella piazza di Hoevelaken c’è il mercato. Ci sono bancarelle di verdura, di fritti, di fiori, di pollame, di pane (anche se sono una dei locali che comprano il pane dal panettiere locale e passano sempre davanti a questa bancarella senza degnarla di uno sguardo), una bancarella di pesce e una di specialità turche (le grandi olive verdi e l’hummus a Hoevelaken non mancano in nessun aperitivo). Sono andata al mercato, ho fatto un giro, non ho comprato nulla, ma mi ha fatto bene stare un po’ all’aria aperta.

Durante il festival sono stata abbinata a un traduttore italiano, Francesco Panzeri, e dopo il giro al mercato l’ho sentito su Zoom. Vive in una zona dell’Italia che visito ogni anno, quindi immagino che la sua vita assomigli alle mie vacanze. Abbiamo parlato di concetti che talvolta sono difficili da tradurre. Per esempio la parola bungalow, che in italiano corrisponde all’incirca a un capanno nella natura selvaggia (ma potrei a mia volta sbagliarmi su questa traduzione). In realtà vivo in una casa a un piano in una zona residenziale popolata soprattutto da anziani. Qui di selvaggio c’è solo l’erba del giardino, che mi riprometto sempre di tagliare senza mai farlo. Ora che la traduzione è stata corretta, nessun italiano pensa più che io viva in mezzo ai boschi. Spero che Francesco si sia goduto il resto del suo giorno di vacanza.

Ho cercato di immergermi nel festival. Stavo ascoltando uno dei suoi podcast quando hanno suonato alla porta. Era il postino con un pacchetto per la vicina. Sapevo che era in casa, quindi gli ho detto “Guarda che è in casa”, ma lui ha alzato le spalle e se n’è andato. Ho raccolto la scatola e ho fatto i tre passi che mi separano dalla casa accanto.

“Ma guarda che ero in casa” mi ha detto la vicina quando le ho consegnato il pacchetto.

“Gliel’ho detto anch’io” ho risposto.

Tornata in casa, stavo per far ripartire il podcast quando hanno suonato ancora. Era l’altra vicina.

“Hanno portato un pacchetto per me?” mi ha chiesto.

“No, era per l’altra vicina”.

“Mmm,” ha risposto lei, guardando con diffidenza la casa adiacente “sei sicura che non fosse mio il pacchetto?”.

“Sì”.

“Mmm” ha ripetuto, prima di incamminarsi verso casa senza aggiungere altro. Ha aperto la porta e, prima di entrare, ha guardato un’ultima volta l’abitazione dell’altra vicina.

In casa ci sono solo due punti dove il wi-fi è abbastanza stabile per riprodurre una diretta streaming. A dire il vero non è sempre così stabile, quindi mentre Iduna Paalman stava recitando una poesia mi sono dovuta spostare con il portatile dall’altro lato della casa per potermi ricollegare. Provo sempre una certa invidia per i poeti, perché parlano una lingua che capisco ma non padroneggio. A quel punto hanno suonato di nuovo alla porta. Dalla finestra ho visto che era ancora la seconda vicina, con in mano il pacchetto dell’altra, il cartone strappato. Mi sono girata subito, sperando che non mi avesse visto.

“C’è qualcuno alla porta,” ho urlato a mio marito “apri tu questa volta?”.

06-11-20

Ci sono scrittori che amano stare al centro dell’attenzione, esibirsi su un palcoscenico. Con naturalezza prendono posto su una sedia, formulano risposte chiare, rivolgono lo sguardo al pubblico e leggono passaggi ad alta voce senza fare alcun errore. Io non sono così. Non mi piace avere gli occhi puntati addosso, perché vedono qualcosa che io non riesco a vedere: me stessa. Quelle teste elaborano pensieri che non riuscirò mai a scoprire, e poiché non ho mai superato il bisogno infantile di piacere a tutti, convivo sempre con la paura che quei pensieri possano essere negativi. Anzi, è inevitabile che in parte siano negativi. La cosa assurda è che non me la prendo per eventuali critiche al mio libro o a ciò che scrivo. Francamente ognuno è libero di pensare quello che vuole dei miei testi, basta che mi trovi almeno un po’ simpatica.

Una volta ho partecipato come spettatrice a un programma televisivo. Mi ero già scelta un posticino nelle ultime file, lontano dalle telecamere, ma mentre stavo per incamminarmi, il direttore di studio mi ha picchiettato sulla spalla e mi ha detto “Tu siediti pure lì”, indicando una sedia alle spalle del conduttore, di fronte a una grande telecamera. Certo, avrei potuto benissimo rifiutare e andare dritta verso l’altro posto, ma per quel mio bisogno di fare una buona impressione sul direttore di studio ho obbedito e mi sono messa sulla temuta sedia in prima fila. Del programma non ho sentito nulla, non facevo altro che sbirciare nella telecamera cercando di mantenere un’espressione il più naturale e rilassata possibile. tutto pur di non sembrare strana in tv. Il giorno dopo ho visto il risultato delle riprese: in effetti ero ben visibile, e in tv sembravo parecchio strana. Chiaramente non ero riuscita a risultare spontanea. Ero come pietrificata, dritta sulla poltrona mentre con uno sguardo inespressivo fissavo in continuazione l’obiettivo. Il programma era durato un’ora e per tutto quel tempo ero rimasta nell’inquadratura, e per tutto quel tempo ero rimasta immobile.

Ieri ho parlato del mio romanzo con un gruppo di studenti di Amsterdam. Così come vanno le cose nelle circostanze attuali, anche questo incontro è avvenuto in forma digitale. Prima di iniziare ero meno preoccupata del solito, non ho avvertito il nodo allo stomaco che in genere provo alla vigilia di avvenimenti simili, perché pensavo che ci saremmo visti in una schermata con tante piccole finestre. A proteggermi ci avrebbe pensato una cortina di pixel. Ma la cosa era organizzata diversamente: l’immagine di chi aveva la parola era limpida e a schermo intero. E la situazione è addirittura peggiorata, perché cinque minuti dopo mi si è bloccato lo schermo nell’esatto momento in cui sbattevo le palpebre. Per il resto dell’ora non ho visto altro che me stessa, con gli occhi chiusi e la bocca aperta. Ero a chilometri di distanza dal mio pubblico, ma il mio peggior incubo era diventato realtà. Tuttavia pare che gli studenti non si siano accorti di nulla. Hanno continuato a fare domande intelligenti, a esporre analisi acute, erano interessati e oltretutto sembravano addirittura trovarmi simpatica.

24-09-20

Fino a poco tempo fa vivevo in città. Nella Grande Città, quella dove nascono quasi tutti gli scrittori, me compresa.

Un anno e mezzo fa ho traslocato, a Hoevelaken. Probabilmente il nome non vi dice nulla, o forse sì, per lo svincolo dell’autostrada, per le code. A Hoevelaken si svolta a destra o a sinistra. Non esattamente nel centro del Paese, non esattamente nei boschi del Veluwe. In paese abbiamo una piazza che credo sia stata progettata negli anni ’70, e il cui fulcro è un edificio ottagonale. All’interno si trovano lo sportello del comune di Nijkerk (aperto il martedì dalle 9.00 alle 11.30 e il giovedì dalle 9.00 alle 11.30), un fisioterapista, una chiesa, un centro fitness e il Grand Café – Centro Congressi De Haen.

Poco dopo aver traslocato, al De Haen ho ordinato una bottiglia grande di acqua frizzante. Il cameriere mi ha guardata perplesso, quindi ho aggiunto che se non avevano bottiglie grandi, anche una piccola andava bene. Il ragazzo mi ha risposto che avrebbe chiesto in cucina. Due minuti dopo l’ho visto uscire dalla porta sul retro e correre verso il supermercato (a Hoevelaken ci sono tre supermercati, di cui uno attaccato alla piazza). Dopo altri due minuti il cameriere è tornato al mio tavolo con una bottiglia di acqua frizzante da un litro e mezzo e l’ha infilata in un cestello per il vino.

“Grazie” gli ho detto.

“Di nulla” mi ha risposto, per poi dirigersi al tavolo successivo.

Un anno fa ho lasciato il mio vecchio lavoro. Era un buon lavoro per cui avevo dovuto lottare, per cui dovevo continuare a lottare, per cui ho continuato a lottare, lottare, lottare. Così duramente che mi sono accorta troppo tardi che era una battaglia persa, perché non lottavo più per qualcosa, ma solo contro me stessa.

Mi hanno organizzato una festicciola d’addio a base di crocchette, glitter e una playlist che mi è stato concesso di comporre in prima persona.

Nove mesi fa sono diventata mamma.

Sette mesi fa l’Olanda è entrata in lockdown.

È vero, ci vuole un po’ per abituarsi, quando traslochi.

Quando lasci il lavoro.

Quando diventi mamma.

Quando il mondo intero viene chiuso e poi riaperto e poi richiuso e finalmente riaperto di nuovo. Anzi, alla fine no. Anche il Grand Café De Haen deve chiudere di nuovo.

Vivo in una casa a un piano, realizzata da un architetto che pare abbia progettato anche aree del parco divertimenti dell’Efteling. Abbiamo un tetto piatto, un giardino ampio e una torretta, dove si trova il mio studio. La torretta, con le sue travi in legno e le finestre su entrambi i lati, ricorda una cabina di pilotaggio. Fa sempre troppo caldo o troppo freddo, le luci non funzionano e c’è una vecchia moquette grigia, eppure questo dirigibile ha cambiato il mio modo di vedere le cose. Da qui già da mesi osservo come il mondo, nonostante il lockdown, sia cambiato pochissimo, il che mi rassicura. Se oggi il silenzio nella Grande Città deve sembrare assordante, il silenzio a Hoevelaken è lo stesso che si sente da anni.

Ci vuole un po’ per abituarsi, ma oramai ho capito che il cambiamento è spesso positivo. Senza sapere come, a tavola ti trovi non una bottiglia piccola d’acqua, ma una da un litro e mezzo. E allora stiamo a vedere, tra qualche giorno il dirigibile parte, destinazione L’Aia.